CONTRO L'AUMENTO DELL'ETA' PENSIONABILE A 65 ANNI DELLE LAVORATRICI DEL PUBBLICO IMPIEGO: USB occupa la Rappresentanza in Italia della Commissione Europea e consegna nota di protesta

Nazionale -

In allegato la lettera e le foto dell'iniziativa

Oggi, 16 luglio, una delegazione del Coord.Donne USB ha occupato la Rappresentanza della C.E. e consegnato una nota di protesta ai rappresentanti dell'organo di governo dell'Unione Europea.
E’ di questi giorni un nuovo pesantissimo attacco  contro le donne, in particolare contro le  lavoratrici del pubblico impiego, da parte del Governo  che ha  inserito, all’interno  della  manovra di stabilizzazione finanziaria, l’innalzamento  immediato dell’età pensionabile delle donne a 65 anni.
Il richiamo della Corte Europea in materia di parificazione dell’età pensionabile tra uomini e donne da cui “scaturirebbe” la decisione del Governo italiano, non ha tenuto in alcun conto il fatto che in Italia le donne hanno già per legge “l’opportunità” di andare  in pensione a 65 anni sulla base di una scelta volontaria, scelta effettuata dalle singole lavoratrici soprattutto in considerazione delle necessità familiari. È innegabile infatti che in Italia le donne, attraverso il lavoro di cura e di assistenza che quotidianamente svolgono all’interno delle loro famiglie a favore di anziani, minori, portatori di handicap, sopperiscono, per tutto l’arco della loro vita, alla cronica e strutturale assenza di servizi sociali. Una carenza che, invece di essere progressivamente colmata da interventi mirati in tal senso, va sempre più ampliandosi a causa delle scelte dissennate dei vari Governi, siano essi di centro destra che di centrosinistra, che nel corso di questi anni  hanno operato tagli a dismisura sullo stato sociale, con la complicità  di Cgil Cisl Uil e Ugl che hanno condiviso, e comunque non ostacolato, le privatizzazioni dei servizi sociali e l’introduzione degli appalti alle cooperative sociali, dove lavorano in maggioranza donne, che ricavano profitti più alti pagando salari più bassi attraverso l’adozione del salario medio convenzionale. Tale situazione è destinata a peggiorare ulteriormente.
Con la scusa della crisi economica, ormai divenuta sociale, si sta facendo  pagare un prezzo altissimo  alle donne. Non a caso infatti tutte le mosse del Governo vanno in questo senso: non solo aumento dell’età pensionabile, ma anche  attacchi ai diritti, alla legge sulla maternità, alla Legge 104/92, tagli enormi ai servizi sociali, in un contesto socio culturale in cui le donne, rigettate in un’epoca di oscurantismo medioevale,  subiscono quotidianamente violenza sul proprio corpo. Ne sono prova gli omicidi  perpetrati ai loro danni che riempiono negli ultimi tempi quotidianamente le pagine di cronaca dei mass-media e le continue violenze sessuali subite anche all’interno della famiglia.
Tutto questo attacco è tanto più vero se si pensa che mentre ci si ostina ad invocare l’innalzamento dell’età pensionabile alle donne per evitare le sanzioni,  nessuno dei precedenti Governi  ha dato applicazione ad un’altra sentenza della Corte Europea riguardante il riconoscimento dell’anzianità di servizio per  le lavoratrici precarie. Violazione non sanzionata neppure dalla Commissione Europea. Quanto le sanzioni non siano il vero problema lo dimostrano altre vicende come quella delle quote latte che il nostro  Governo ha deciso  di bypassare tranquillamente, mettendo in conto come reperire le somme da destinare al pagamento delle sanzioni conseguenti.
La condizione femminile in Italia è  una delle peggiori in Europa per disoccupazione, salari, percorsi  di carriera, anni di lavoro, pensioni. Basti pensare che in Italia le donne che percepiscono la pensione di anzianità sono solo il 20% del totale. Questa percentuale bassissima è causata dal fatto che, come abbiamo sottolineato, in Italia le donne  sono costrette a dedicare  gran parte della loro vita alla cura ed all’assistenza delle persone anziane, dei malati e dei figli minori all’interno delle loro famiglie. Entrano tardi nel mondo del lavoro o sono obbligate ad abbandonarlo molto presto: è ancora altissima la percentuale delle madri che lasciano forzatamente il lavoro alla nascita del primo figlio. Molto spesso, invece,  debbono lavorare oltre i 60 anni di età perché  non riescono a raggiungere gli anni di contribuzione prevista per ottenere la pensione di anzianità. Il calcolo delle pensioni basato sul sistema contributivo peggiora di fatto questa situazione, perché l’introduzione dei  coefficienti legati alle speranza di vita penalizza ulteriormente le donne che, come è dimostrato dalle statistiche, vivono più a lungo degli uomini.
Di contro è palese l’enorme ricchezza portata dalle donne all’economia del paese: il lavoro di cura ed il lavoro domestico, il lavoro riproduttivo si sommano a quello produttivo, e fanno in modo che si continui a  risparmiare  sui servizi sociali, sulla scuola, sulla sanità…
A conclusione è evidente, per quanto sopra rappresentato, che l’innalzamento dell’età pensionabile alle lavoratrici rappresenterebbe allo stato attuale, non il raggiungimento di una condizione di parità tra i sessi, come si vorrebbe far credere, ma un’ulteriore pesante penalizzazione delle donne già costrette a subire  un’ingiusta ed irragionevole ripartizione tra generi del lavoro di cura e del lavoro domestico.

 

 

Aggiornamento 16 luglio

OCCUPATA LA RAPPRESENTANZA ITALIANA DEL PARLAMENTO EUROPEO A ROMA

Questa mattina una folta delegazione di lavoratrici e delegate della OO.SS. RdB –USB Pubblico Impiego, ha occupato gli uffici del Parlamento Europeo in  Via IV Novembre 149. L’iniziativa è stata decisa per protestare contro la decisione della Commissione Europea di aumentare l’età pensionabile delle lavoratrici della Pubblica Amministrazione.

Con la scusa di una improbabile violazione della parità fra uomini e donne il Governo Italiano, recependo quanto sancito dalla corte europea, si appresta ad innalzare a 65 anni l’età pensionabile delle donne attraverso la manovra finanziaria.

Il  Governo prende a pretesto il pagamento delle sanzioni che scaturirebbero dalla non applicazione della sentenza per sferrare un ennesimo duro colpo alle donne, peccato che tanta solerzia non riguarda la questione delle quote latte o il riconoscimento dell’anzianità per le lavoratrici precarie. Come sempre due pesi e due misure quando si tratta di colpire le donne, costrette a sopportare sulle loro spalle la carenza totale di servizi sociali nel nostro paese. 

La delegazione è stata ricevuta dalla dott.ssa Olivi Elisabetta della rappresentanza in Italia della Commissione  Europea alla quale è stata presentata la grave situazione delle lavoratrici italiane e alla quale e stato consegnato un documento con le ragioni della protesta di oggi.  L’incontro si è concluso con l’impegno a costruire per i primi di settembre un incontro con il direttore della Commissione Europea in Italia.

 

Coordinamento Donne RdB USB

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