Il contagio della retorica della guerra

Roma -

Un contagio altrettanto pericoloso del COVID 19 si sta diffondendo tra i lavoratori italiani: è il contagio culturale della retorica della guerra.

Quando scoppia una guerra i soldati devono essere sacrificati e partire per la guerra. C’è il caso che vengano feriti, si ammalino o muoiano: i soldati che sono stati mandati in guerra sono degli eroi.

È questa la retorica della guerra, figlia della paura che il nemico ci possa sopraffare, partorita dal senso acritico di chi non ha il tempo di chiedersi perché la guerra è scoppiata e, soprattutto, con quali mezzi i soldati sono stati inviati a contrastare il nemico. 

Questa è la retorica che sta contagiando il nostro Paese in un momento drammatico dove la paura prevale su ogni altra lucida considerazione. 

Il personale sanitario, i vigili del fuoco, la protezione civile e tutti quelli che per il loro ruolo sono chiamati ad intervenire direttamente non sono degli eroi, sono lavoratori costretti a combattere una battaglia in gran parte privi dei numeri, delle strutture e dei mezzi idonei a sostenerla. Se vogliamo chiamarli eroi è, semplicemente, perché dobbiamo trovare il senso al sacrificio di alcuni di loro e mettere in pace le nostre coscienze. 

Difatti ora sembra che nessuno si chieda cosa è accaduto in questo Paese negli ultimi 20 anni. Politici, imprenditori, sindacati complici ignorano totalmente l’attacco feroce al welfare universale attuato dal capitale attraverso le politiche neoliberiste che ha portato alla chiusura di decine di ospedali, alla riduzione di migliaia di posti letto e un drastico ridimensionamento del personale sanitario pubblico destinando una pioggia di miliardi alla sanità privata e introducendo precarietà e tagli lineari. Ad accompagnare l’attacco alla sanità pubblica, l’attacco ai salari perpetrato attraverso i contratti, alle pensioni a colpi di leggi devastanti, al TFR attraverso la truffa dei fondi pensione e a tutte quelle conquiste attuate dai lavoratori dal primo dopoguerra agli anni ‘70. 

Tutto questo viene ora coperto dalla marea di fango di una retorica che descrive un paese in guerra dove si è pronti a qualsiasi sacrificio. 

Ma chi è che si accolla e che pagherà amaramente per questo sacrificio se non quei lavoratori mandati allo sbaraglio sul fronte dei pronto soccorsi, nelle corsie di ospedale, nelle camere di rianimazione, nei posti di lavoro considerati a torto o ragione essenziali; luoghi dove si stanno consumando orari di lavoro defaticanti, senza quasi più diritti, senza quasi più tutele. L’ultimo decreto del governo fa finta di chiudere tutte le attività produttive, ma sotto spinta della Confindustria molti settori che nel corso di queste ultime settimane hanno lavorato in completa insicurezza rimangono aperti continuando a non essere garantiti adeguatamente.

Ma la retorica della guerra giustifica o sottende a giustificare qualsiasi diminuzione dello status sociale, di salute, di diritti sul lavoro dell’individuo ma anche e soprattutto dei diritti delle masse lavoratrici.

Chi ciecamente ora nega ogni giusta rivendicazione (anche la più banale) non ha coscienza di quello che è avvenuto prima (anzi involontariamente lo condivide), né ha alcuna consapevolezza di quello che potrebbe avvenire in seguito.

La guerra prima o poi finirà, (come tutte le guerre!) e al di là della solidarietà pelosa, dei miserabili risarcimenti, al di là delle tristi commemorazioni, oltre magari le lapidi commemorative (di cui questo Paese è già troppo pieno!!), abbiamo la certezza che questo potrà essere occasione perché la retorica della guerra si trasformi nella retorica dell’emergenza e in una nuova durissima stagione di lotta per impedire, in nome dell’emergenza, diritti e tutele vengano ulteriormente ridotti.

La speranza è che quando i nostri ragazzi saranno tornati dalla guerra tornino incazzati come bestie; coscienti che una politica delinquenziale in anni di attacchi dissennati al sistema sanitario, al diritto al lavoro, al diritto allo studio li abbia resi più deboli e li abbia mandati allo sbaraglio.

Già qualcuno (leggi sindacati complici) si preoccupa di “gestire la rabbia” e si prepara a cogestire l’ennesima macelleria sociale: segno evidente che al di là della falsa retorica della guerra serpeggia già il timore che i lavoratori hanno ben capito quali attacchi dovranno fronteggiare e, soprattutto, finita la guerra a chi verrà chiesto il conto.

Roma, 24 marzo 2020

 

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