LA GIUSTIZIA NON È ALLA MERCÈ DI GOVERNO E SINDACATI
Il Decreto Legge Giustizia, entrato in vigore l'11 giugno, conferma ancora una volta il metodo di questo Governo nell’amministrare la giustizia: imposizioni unilaterali, calate dall'alto, ancora una volta nel segno dell'emergenza, senza alcun reale confronto con chi ogni giorno fa funzionare gli uffici.
È ridicolo come, dopo anni di lotte, richieste e rivendicazioni, si decida solo ora di non licenziare i 1500 lavoratrici e lavoratori rimasti esclusi dalla procedura di stabilizzazione e di prorogare per tre mesi i contratti, per destinare risorse alle sezioni stralcio per l'immigrazione.
Una misura temporanea, adottata in piena feriale e senza alcuna prospettiva per il futuro.Il decreto contiene inoltre un passaggio particolarmente grave: attribuendo determinati compiti all’Ufficio per il Processo e non al personale che vi opera, introduce un precedente pericoloso. Pur senza definire formalmente le mansioni di una specifica categoria, la scelta della formulazione normativa non appare neutra e sembra costruita in modo da orientare interpretazioni restrittive del ruolo del personale coinvolto.
Si tratta di un’impostazione che in ogni caso non può travalicare i limiti della contrattazione collettiva. È del tutto inaccettabile che un decreto possa incidere, unilateralmente, su assetti già definiti dal contratto, la cui centralità resta essenziale nell’ordinamento del pubblico impiego, pur con tutte le criticità sulle famiglie professionali che USB stessa ha sempre denunciato.
Vale appena la pena di ricordare che la giustizia non si misura solo dal numero delle sentenze pronunciate, ma anche dalla capacità di renderle efficaci. E senza le professionalità, mortificate a colpi di contratti al ribasso e, a quanto pare, di decreti legge, quella capacità viene ogni giorno indebolita. A questo si aggiunge oggi il ruolo delle stesse organizzazioni firmatarie che, con disinvoltura e irresponsabilmente, minacciano il ritiro della firma dal contratto integrativo, mettendo a rischio le progressioni in deroga attese da anni dal personale.
Per la parte pubblica la contrattazione è diventata poco più di una formalità. Mentre le nostre richieste di incontro restano senza risposta, altri vengono ricevuti con tutti gli onori nelle sale del Ministero. È sufficiente che minaccino di ritirare la firma dal contratto integrativo, mettendo a rischio stabilizzazioni e progressioni in deroga, perché si aprano immediatamente le porte di via Arenula. Di chi fanno gli interessi queste organizzazioni? Chi rappresentano, lavoratrici e lavoratori o il Governo?
PER QUESTO SAREMO IN PRESIDIO
Mercoledì 17 giugno, ore 11.30, a piazza Cairoli (nei pressi del Ministero),in concomitanza con l'incontro delle sigle firmatarie convocato in via Arenula.
LAVORATRICI E LAVORATORI AL SERVIZIO DELLA GIUSTIZIA, SERVI DI NESSUNO