"Orgoglio pubblico", a dicembre manifestazione alla Funzione Pubblica

Nazionale -

(148/20)   Si allunga la lista di chi descrive i lavoratori pubblici come esageratamente garantiti o di chi chiede addirittura tagli alle loro retribuzioni, in nome di un’eguaglianza al ribasso con altri settori di lavoro provati dalla crisi economica che sta accompagnando l’emergenza epidemiologica. L’ultimo in ordine di tempo ad iscriversi al club è Romano Prodi, che in un articolo pubblicato ieri su “Il Messaggero” ha affermato che i dipendenti pubblici sono più protetti e garantiti di altre categorie e che il lavoro a distanza ha dimostrato soprattutto una distanza dai cittadini. Prodi non è arrivato a chiedere apertamente la cassa integrazione per i lavoratori pubblici o un taglio delle loro retribuzioni, come hanno fatto altri, ma il suo ragionamento s’inserisce a pieno titolo nel filone di chi tenta d’impallinare il pubblico impiego approfittando dell’emergenza epidemiologica, come se il lavoro a distanza fosse una libera scelta dei lavoratori pubblici e non una misura prevista dai DPCM del Governo per ridurre la diffusione del virus, misura preventiva peraltro destinata sia ai lavoratori della pubblica amministrazione che del privato. Prodi, con la generalizzazione dei suoi ragionamenti, ha offeso le lavoratrici e i lavoratori di tutti i settori della pubblica amministrazione che in questi mesi hanno cercato di garantire il funzionamento dello Stato, nonostante le tante difficoltà riscontrate nel lavoro a distanza. Ha offeso le lavoratrici e i lavoratori dell’INPS, che, pur lavorando da remoto nei mesi del lockdown, non si sono risparmiati per assicurare ai cittadini le prestazioni ordinarie e quelle straordinarie decise dal Governo per sostenere le retribuzioni dei settori in crisi, arrivando a collegarsi alle procedure telematiche a tutte le ore del giorno e della notte, compresi i giorni festivi, consapevoli dell’importante compito sociale che stavano svolgendo. Come fa a scrivere simili castronerie chi è considerato, a torto o a ragione, uno statista?

Ma la lista è lunga. Pochi giorni fa il premier Giuseppe Conte, intervenendo all’assemblea della FIPE, la federazione che raccoglie i titolari di pubblici esercizi, ha parlato di fasce di lavoratori che godono di una maggiore protezione, riferendosi ai lavoratori pubblici, sottolineando che il lavoro in smart working permette loro di accumulare risparmi economici e di tempo, per quanto riguarda gli spostamenti casa-lavoro. Anche a Conte sfugge che il lavoro agile interessa sia il pubblico che il privato e che tanti lavoratori della pubblica amministrazione, costretti a lavorare da casa, hanno dovuto acquistare apparecchi informatici portatili, potenziare i collegamenti internet, consumare più energia elettrica, senza ricevere in cambio alcun contributo dalla propria amministrazione, anzi, vedendosi negare perfino il buono pasto in quanto il lavoro da casa non viene considerato, nei fatti, uguale a quello svolto in ufficio. Le dichiarazioni di questi autorevoli esponenti della politica insinuano nell’opinione pubblica il tarlo che lo smart working nel pubblico impiego equivalga a vacanza, per giunta retribuita. Conte, parlando alla platea di imprenditori della ristorazione, dell’intrattenimento e del turismo, ha strizzato l’occhio alla piccola imprenditoria, al libero professionismo, al settore della ristorazione, ai titolari di partite iva, sostenendo che l’impatto della pandemia interessa in modo particolare chi non ha un reddito fisso, dimenticando non solo i dipendenti in cassa integrazione, per fare un esempio, ma omettendo che il sistema fiscale nazionale poggia in buona parte sul lavoro dipendente, sia pubblico che privato. Perché non si vanno a controllare le dichiarazioni dei redditi di chi oggi lamenta un calo delle entrate per migliaia di euro al giorno quando ha dichiarato in passato, se va bene, qualche decina di migliaia di euro all’anno? La guerra ai lavoratori pubblici è pretestuosa e mira da decenni a indebolirne la forza, la capacità di reazione, per portare sempre più in basso le garanzie economiche e normative di tutto il mondo del lavoro dipendente, sia pubblico che privato.

A questa guerra partecipa di diritto Tito Michele Boeri, ex presidente dell’INPS, economista onnipresente sulle reti televisive pubbliche e private in qualità di commentatore a tutto tondo. Ospitando lo scorso settembre il premier Conte al suo Festival dell’Economia di Trento, si spinse ad argomentare che per migliorare l’immagine del dipendente pubblico agli occhi dei cittadini sia opportuno introdurre la cassa integrazione anche nella pubblica amministrazione, così da avere una parità di trattamento fra dipendente pubblico e privato, chiosando che trovava grave l’aver permesso a tanti lavoratori della pubblica amministrazione di non lavorare nei mesi di lockdown. E queste tesi le ha ripetute anche nelle scorse settimane.

Di fronte a questi nuovi e pesanti attacchi alla dignità dei lavoratori pubblici, abbiamo deciso di proclamare a dicembre una giornata di “ORGOGLIO PUBBLICO”, scendendo in piazza davanti al Ministero per la Pubblica Amministrazione a Roma, dove consegneremo le 3 petizioni organizzate all’INPS su: tassa sulla malattia e fasce differenziate di reperibilità; democrazia sindacale; composizione dei comparti di contrattazione.

 

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